Dediche

A PIO   di Nicola Silvestri

Adesso conosci i colori del vento
che cambiano tenui e violenti
come i suoni dell’anima…
nascosto nell’ombra del vento
con le braccia lunghe e le mani infinite
carezzi il pizzo bianco dei ciliegi fioriti
delle tue dolci colline…
adesso conosci le strade segrete
che cullano le sementi di malva e ginestra
di ruta, basilico e lavanda e le posano lievi
dove passano gli uomini buoni…
e adesso insieme al vento
sai fare limpidi i cieli nelle notti
o portare nuvole cariche di vita
sulle risaie delle tue pianure…
e adesso continui il viaggio col vento
che ti porta come un fiore
dovunque viva chi ti ha potuto amare…

Nico

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DIASPORA SOLITARIA     di Marco Ongaro

L’automa improvvisamente s’inceppa, è questione di un attimo, poi riprende il suo tragitto lineare fatto di belle figure, ritratti più reali del vero, contaminazioni tra il sommo e l’infimo inserite in scuole stancamente riconosciute e altrettanto stancamente contraddette.
Eppure basta quell’istante a rivelarci un’incongruenza, a denunciare l’idea di un’apparenza alla quale avevamo creduto per eccesso di sicurezza. Pensavamo di aver afferrato una semplicità dimenticando che proprio la semplicità nasconde le insidie più complicate.
Qui c’era del disegno, c’era della pittura o ci è solo sembrato? Il dubbio che un discorso più verticale abbia attraversato tutta l’opera di Pio Quinto lascia uno strano sapore in bocca, come se avessimo pensato di comprendere tutto nei nostri schemi senza riconoscere che gli schemi mediante i quali l’artista ci parlava erano solo apparentemente gli stessi.
Tutto è superficiale se lo si guarda in superficie.
Mentre narrava ai nostri occhi visioni forse consolanti, mentre celebrava la bellezza della natura e nostra con la sfrontatezza del ritrattista di rango, stava costruendo pericolose forme subliminali celate in una materia dichiaratamente innocua. Percorreva vie sotterranee, passando dal tratto sottile e iperrealistico a quello della pennellessa convincendoci che ci fosse uno stacco, un progresso studiato, un affrancamento giunto quasi al traguardo.
È in quell’esatto momento che l’automa pittore, colui che aveva una meta ben definita e un mestiere sicuro fra le mani, vacilla spostando la focalizzazione e ridestinando l’orbita della sua opera secondo un progetto difficile da inquadrare.
Il polo di attrazione femminile sputa delusione e scompare nei meandri di una New York inconquistata, il cancello dell’infanzia si mostra tra le fronde nella sua serialità camuffata. Il quadro viene ripetuto senza che il pubblico lo sappia e la differenza s’insinua come un granello di sabbia nei meccanismi di un “pop” irriconoscibile eppure presente.
L’affrancamento è avvenuto dal principio e nessuno se n’era persuaso. Il sorriso dell’artista rimane enigmatico quanto quello della Gioconda, mentre insiste sulla sua pretesa normalità, sulla sua impossibilità di mutamento significativo, sulla maledetta familiarità del gesto acquisito da cui ormai non può più liberarsi.
È nel gesto acquisito che avviene la rivoluzione di Pio Quinto, nella scuola rifiutata con l’ostinazione di chi la padroneggia come pochi, nell’illusione di metterci di fronte a un mondo che sappiamo essere tale mentre tale non è. Nella denuncia del fallimento alla fonte, nel divenirne sorgente attiva immolando la propria opera in frammenti faticosamente riconducibili al programma iniziale, quello vero, costituito da un’intera esistenza di pittura.
Le monadi interdipendenti disseminate dall’artista nella società con la casualità del lunario sbarcato sono la testimonianza viva di un percorso critico tracciato dall’interno, un attacco al “sistema pittura” il cui dirompente potenziale è già deflagrato nelle migliaia di pezzi oggetto di questa diaspora solitaria.
L’innesco era alla radice e il meccanismo ad orologeria, sincronizzato fin dal primo giorno, prevedeva l’esplosione in tempi non memorizzabili, come un lontano “big bang” da cui tutto sarebbe derivato in una genesi non più ricostruibile.
L’ordine delle cose che ne è inevitabilmente seguito mostra il retaggio dell’evento primario in quel piccolo, quasi impercettibile incepparsi dell’automa. Il panorama rivela l’ingranaggio nascosto e ci urla la crudele verità: stiamo tutti vivendo in un Luna Park dismesso e solo l’Artista lo sa.